Vita di S.Elisabetta d’Ungheria
A
quattro anni di età è già fidanzata. Suo padre, il re Andrea II d’Ungheria, e
la regina Gertrude sua madre l’hanno promessa in sposa a Ludovico, figlio ed
erede del sovrano di Turingia (all’epoca, questa
regione tedesca è una signoria indipendente, il cui sovrano ha il titolo di Landgraf, langravio). E subito viene
condotta nel regno del futuro marito, per vivere e crescere lì, tra la città di
Marburgo e Wartburg il
castello presso Eisenach.
Nel 1217 muore il langravio di Turingia, Ermanno I.
Muore scomunicato per i contrasti politici con l’arcivescovo di Magonza, che è anche signore laico, principe dell’Impero.
Gli succede il figlio Ludovico, che nel 1221 sposa solennemente la
quattordicenne Elisabetta. Ora i sovrani sono loro due. Lei viene
chiamata “Elisabetta di Turingia”. Nel 1222 nasce il
loro primo figlio, Ermanno. Seguono due bambine: nel 1224 Sofia e nel 1227
Gertrude. Ma quest’ultima viene al mondo già orfana di padre.
Ludovico di Turingia si è adoperato per organizzare
la sesta crociata in Terrasanta, perché papa Onorio
III gli ha promesso di liberarlo dalle intromissioni dell’arcivescovo di Magonza. Parte al comando dell’imperatore Federico II. Ma non vedrà
Vedova a vent’anni con tre figli, Elisabetta riceve indietro la dote, e c’è chi
fa progetti per lei: può risposarsi, a quell’età,
oppure entrare in un monastero come altre regine, per viverci da regina, o
anche da penitente in preghiera, a scelta. Questo le suggerisce il
confessore. Ma lei dà retta a voci francescane che si fanno sentire in Turingia, per dire da che parte si può trovare la “perfetta
letizia”. E per i poveri offre il denaro della sua dote (si costruirà un
ospedale). Ma soprattutto ai poveri offre l’intera sua vita. Questo per lei è
realizzarsi: facendosi come loro. Visita gli ammalati due volte al giorno, e poi raccoglie aiuti facendosi mendicante. E
tutto questo rimanendo nella sua condizione di vedova, di laica.
Dopo la sua morte, il confessore rivelerà che, ancora vivente il marito, lei si
dedicava ai malati, anche a quelli ripugnanti: «Nutrì
alcuni, ad altri procurò un letto, altri portò sulle proprie spalle,
prodigandosi sempre, senza mettersi tuttavia in contrasto con suo marito». Collocava
la sua dedizione in una cornice di normalità, che includeva anche piccoli gesti
“esteriori”, ispirati non a semplice benevolenza, ma a rispetto vero per gli
“inferiori”: come il farsi dare del tu dalle donne di servizio. Ed era poi
attenta a non eccedere con le penitenze personali, che potessero
indebolirla e renderla meno pronta all’aiuto. Vive da povera e da povera si
ammala, rinunciando pure al ritorno in Ungheria, come vorrebbero i suoi
genitori, re e regina.
Muore in Marburgo a 24 anni, subito “gridata santa”
da molte voci, che inducono papa Gregorio IX a ordinare l’inchiesta sui prodigi
che le si attribuiscono. Un lavoro reso difficile da
complicazioni anche tragiche: muore assassinato il confessore di lei;
l’arcivescovo di Magonza cerca di sabotare le
indagini. Ma Roma le fa riprendere. E si arriva alla canonizzazione nel 1235 sempre a opera di papa Gregorio. I suoi resti, trafugati da Marburgo durante i conflitti al tempo della Riforma
protestante, sono ora custoditi in parte a Vienna